Il carcinoma della cervice, più comunemente chiamato cancro cervicale, è stato fino agli anni '50 la causa principale di morte fra le donne. Ma, grazie all'introduzione del Pap test, i tassi di mortalità di questa malattia si sono ridotti del 99 per cento nelle popolazioni in cui le donne possono accedere a screening regolari. La diffusione del Pap test ha ridotto il numero di donne che muoiono ogni anno di cancro cervicale a circa 4.000 negli Stati Uniti e meno di mille in Italia.
L'avvento del Pap test segna una pietra miliare nella prevenzione di questo tumore. Certo, persistono ancora molte ragioni per cui il test può risultare poco efficace: dimenticarsi di farlo con regolarità, oppure errori di interpretazioni o di analisi da parte dei medici. Ecco perché c'è ancora molto da fare per migliorare i metodi di screening.
Oggigiorno, la donne in Europa Occidentale e in America praticano il Pap test attraverso la rimozione di alcune cellule dalla cervice dell'utero e l'invio delle stesse al laboratorio di analisi dove vengono sottoposte a controllo da un anatomopatologo per verificarne eventuali anomalie. Questo processo può prendere diversi giorni. Dall'altra parte, pur richiedendo anch'esso un prelevamento di tessuti cellulari, l'analisi del DNA permette, grazie all'utilizzo di un macchinario che sfrutta i reagenti, risultati più rapidi ed evita i possibili errori umani dell'anatomopatologo.
Nei paesi meno industrializzati, le donne hanno raramente la possibilità di sottoporsi a controlli di routine, a causa dei costi elevati e dalla mancanza di anatomopatologhi preparati. Spesso chi prova a fare le analisi viene mandato indietro molte volte a causa di questi problemi. In alcuni di questi paesi, però, le donne hanno a disposizione una tecnica che permette all'operatore sanitario di effettuare uno screening tamponando la cervice con l'aceto e utilizzando uno speciale fascio di luce che evidenzia in bianco le parti che sono eventualmente lesionate e che possono essere precancerose. Se vengono rilevate, si procede ad asportarle.
Oggi, un nuovo test del DNA sembra aprire nuove strade per individuare il papillomavirus che è la principale causa del cancro cervicale e sembra risolvere molti problemi del Pap test. Oltre a salvare più vite umane, infatti, gli scienziati pensano che con questo metodo le donne sopra i 30 anni potranno evitare di sottoporsi a un controllo annuale, per servirsi del test del DNA una volta ogni 3, 5 o addirittura 10 anni.
I dati supportano questa ipotesi che è confermata da 130 studi su 130,746 donne in India che hanno già provato come un semplice test del DNA possa essere più efficace nel prevenire il cancro e salvare delle vite rispetto a qualsiasi altro metodo. Lo studio cofinanziato dalla Bill and Melinda Gates Foundation è stato pubblicato dal New England Journal of Medicine.
All'inizio dello studio nel 1999, donne fra i 30 e i 59 anni, provenienti da 497 diversi villaggi, sono state divise in quattro gruppi. Le partecipanti al primo gruppo sono state portate in cliniche rurali e invitate a recarsi nel più vicino ospedale per lo screening. Un altro gruppo è stato sottoposto direttamente al Pap test, mentre il terzo gruppo veniva controllato attraverso il metodo dell'aceto e dei fasci luminosi, l'ultimo gruppo era controllato attraverso il test del DNA. Negli otto anni seguenti, si è monitorato il tasso di avanzamento dei tumori alla cervice e dei decessi per lo stesso, il primo e il terzo gruppo non mostravano modifiche di rilevo rispetto al passato, il gruppo sottoposto a Pap test registrava la diminuzione di un quarto nei decessi, quello del DNA una diminuzione della metà. E' importante rilevare che nessuna delle donne risultate negative al test del DNA sviluppava poi il cancro. Prova ulteriore della bontà e dell'efficacia nel tempo dei test del DNA.
Il cancro cervicale è al secondo posto per diffusione fra i tumori genitali negli Stati uniti e in Europa. E' causato quasi sempre dall'aggressione dovuta al papillomavirus che si contrae attraverso l'attività sessuale ed è estremamente comune, ma che nel 90 per cento dei casi si risolve autonomamente, con il semplice intervento del sistema immunitario, senza particolari trattamenti.


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